Chiacchiere

articoli scritti per la rubrica Domino Caffè del
blog Rosa Stanton – dai più recenti ai più vecchi

CHI NASCE PRIMA, IL GENERE O LA STORIA

Ho esordito scrivendo un poliziesco, e al momento di pubblicarlo mi sono resa conto che qualcuno avrebbe pensato a me come una giallista. Ora è uscito il mio secondo giallo, ma tra i due c’è stato un infiltrato, una commedia sentimentale, chiamiamola così. Sono sempre partita dai personaggi e dalle storie che mi “raccontavano”, mai pensando in quale genere tali storie potessero rientrare. La verità è che il concetto di genere mi sta stretto, e pure antipatico. Come lettrice non mi disturba affatto, siamo abituati a ragionare anche per generi, quando parliamo con altri di ciò che leggiamo. Siamo abituati a cercare le diciture sugli scaffali delle librerie. Ma come autrice, sto sviluppando una vera e propria allergia a questa che vorrebbe, per me a torto, essere un’etichetta a priori, e ancor più al concetto di “narrativa di genere”, forma eufemistica per dire “narrativa di serie B” – non s’arrabbino, signori Tolkien e Simenon, a voi e ai tanti altri grandi che hanno creato e arricchito i “generi” tutti riconoscono lo status di voci fuori dal coro.
Ma per noi poveri tapini che siamo nel coro…
Sono una grande sostenitrice dei cassettini della memoria, come ama chiamarli quel simpatico presentatore. Credo che, leggendo, ascoltando, guardando, studiando, abbiamo assorbito talmente tanti archetipi, modelli, formule e meccanismi, che possiamo muoverci nella narrativa anche senza “pensare” a quello che stiamo facendo. Perché ci viene istintivo. Un po’ come siamo in grado di parlare correttamente ma se qualcuno ci chiedesse di recitare la regola di grammatica che abbiamo appena applicato, forse andremmo un po’ in confusione, e qualche definizione apparirebbe quanto meno fumosa. La stessa cosa accade nello scrivere narrativa. 
Tempo fa, una ragazza newyorkese laureata in scrittura creativa (già, gli americani – quando si dice che cos’hanno che noi non abbiamo) scriveva su un forum “sono contenta perché, dopo tanta fatica, sono riuscita a esprimere il conflitto in una sola frase”. Mmmm. Dopo qualche secondo di attesa, per vedere se la lampadina si accendeva o meno, rimasta al buio sono sbottata in un silenzioso “so what?” E allora? Perché il conflitto non poteva essere espresso in due frasi diverse, in due punti diversi del testo? Semplicemente dove il personaggio l’avrebbe sputato fuori, o gridato dentro di sé? Non fraintendetemi, non sto difendendo quella “cosa” che forse da ragazzi chiamavamo “scrittura di getto”. Possiamo talvolta correre dietro ai nostri personaggi, alle loro parole e ai loro pensieri al punto di non avere il tempo di inserire le virgolette dei dialoghi, poi ovviamente torneremo indietro a rileggere e limare, bilanciare, tagliuzzare e aggiungere. Nessun testo può fare a meno di una buona revisione, questa è una regola d’oro. Meglio se con l’ausilio di un editor con i fiocchi e i controfiocchi (se mai parleremo di questo argomento a voce, amici, l’espressione che userò sarà un’altra).
Quello che sto dicendo è che se abbiamo bisogno di un’impalcatura prima di muovere i primi passi in una storia, se siamo così timorosi da volere la geometria prima della sostanza, da cercare il canone prima di tutto, da voler per forza creare un’intera trama partendo da una frase da esplodere poi, pezzo per pezzo, in tante altre frasi, perché qualcuno ha deciso che quella è la tecnica da usare, forse non è la nostra storia.
Che deve essere, prima di tutto, “true to life”, fedele alla vita, nelle emozioni e nei sentimenti se non nello spazio e nel tempo. Solo così potremo creare un mondo “possibile” dove altri avranno voglia di trascorrere del tempo. Una persona quando parla non si chiede in quante frasi espone il suo conflitto. Forse non è neanche consapevole che sia un “conflitto”, ciò che la muove in quel momento. 
Sono molti gli schemi e i meccanismi narrativi di cui noi autori ci rendiamo conto solo a posteriori, quando ormai sono stati fissati sulla pagina. Mentre scriviamo, siamo “dentro” alla storia, accanto ai personaggi, con i sensi tesi ad ascoltarli, con tutte le nostre consapevoli e inconsapevoli conoscenze. Che creeranno lo scheletro di cui la storia ha assolutamente bisogno senza che noi neanche ce ne rendiamo conto. Se abbiamo davvero le storie dentro di noi, ne possediamo inconsapevolmente anche i meccanismi, che procederanno e cresceranno insieme alla storia come lo scheletro cresce all’interno di un bambino, sostenendolo. Se abbiamo bisogno di iniziare dallo scheletro, quello che facciamo è un gioco di meccano, e quello che creiamo rischia di essere un funzionante ma freddo piccolo robot.

PIACERE DI CONOSCERLA, SONO IL PERSONAGGIO

Ci sono autori che sono “scrigni chiusi”, e per prudenza, riservatezza o anche solo scaramanzia, non dicono nulla delle storie a cui stanno lavorando finché non sono finite, spesso addirittura stampate e in distribuzione. Io, per scegliere un’immagine altrettanto fine, sono un vero e proprio “colabrodo”. I miei amici conoscono le storie che intendo scrivere talvolta prima ancora che qualche scalcinato capitolo si piazzi, timido o tronfio, in un angolino della memoria del mio PC.E adoro, letteralmente, parlare dei miei personaggi. Di recente, più di uno di questi divertiti e pazienti ascoltatori si è dichiarato stupito di come io parli dei miei protagonisti come di persone in carne e ossa. Ma, davvero, non potrebbe essere altrimenti. Perché questi personaggi mi accompagnano in auto, mentre lavoro, all’Ikea – non è un esempio tanto per farne uno, mi è successo, e me ne andavo in giro con un sorriso beota sulle labbra che non aveva nulla a che fare con le allegre proposte per la casa della catena nordica. Li vedo muoversi, li sento parlare, e sono frustrata di non poterli toccare, perché l’esistenza fisica è davvero l’unica cosa che manca loro perché siano a tutti gli effetti parte della mia vita.Credo che, per questo motivo, tutti gli autori si sentano un po’ degli… squinternati – suona meglio di “pazzi”, vero? Hanno sempre i piedi in almeno due mondi, quello “reale” e quello “possibile” delle loro storie. In inglese, quel mondo si chiama “fictional”, che è qualcosa di “inventato”, “immaginato”. Perché allora ho scritto “possibile”?Le nostre storie nascono spesso proprio dai personaggi che le interpretano, che le vivono, raccontando piccoli scorci, piccoli frammenti di realtà, di vita – della nostra, di quella di tutti noi. Frammenti che noi autori mischiamo e poi sparpagliamo, nello spazio e nel tempo. È questo, credo, il fascino della lettura. Ogni storia parla un po’ di noi. Di un nostro noi possibile. E ogni personaggio vive in una realtà “dipinta dal vero”, se non nelle sue caratteristiche fisiche quanto meno nei sentimenti e nelle pulsioni che lo muovono. Abita forse in uno spazio e in un tempo diverso dal nostro, ma agisce e reagisce come una persona “reale” potrebbe fare.I personaggi, come le storie, nascono nella mente dell’autore, per poi andare a colonizzare, con più o meno intensità e successo, come ombre, esempi, ricordi, quelle di tutti coloro che li leggono. Una mia cara amica, autrice di talento, mi faceva notare come il loro creatore li conosca sempre un po’ di più, un po’ meglio di chiunque altro, perché è l’unico a essere al corrente anche di quanto non è poi arrivato su carta. Di quanto essi abbiano detto, fatto, pensato prima che egli scegliesse i particolari momenti della loro storia che avrebbe narrato. Per contro, ogni lettore con i suoi personalissimi filtri interpretativi si creerà – oltre ovviamente all’immagine fisica – anche un’idea del carattere che potrà poggiare solo su quanto l’autore avrà deciso di mostrare. E anche in questo senso, la situazione non è molto diversa dalle persone reali. L’autore conosce i suoi personaggi come qualcuno che ha vissuto sotto il suo stesso tetto per un anno, spesso più a lungo, i lettori trascorreranno con loro tre o quattro serate, o una settimana al mare.Ma potrà anche capitare che il ricordo lasciato dal vicino di ombrellone sarà meno nitido di quello del protagonista del libro che sotto quello stesso ombrellone hanno letto. O che la protagonista dell’ultimo romanzo che ha occupato le loro serate invernali lasci loro qualcosa di più, stimoli in loro più simpatia ed empatia che non la collega con la quale sono andati al cinema qualche volta.E i personaggi saranno diventati in qualche modo parte anche della loro vita.

COME UN AGO IN UN PAGLIAIO

Scrivere un romanzo e pubblicarlo per molti di noi è la realizzazione di un sogno, e il raggiungimento di un traguardo.
Poi, giusto il tempo di riprendere fiato e ci si rende conto che siamo solo arrivati alla fine della prima tappa, e che non si tratta affatto della fine di un viaggio. E’ l’inizio. Un bellissimo viaggio ma non privo di insidie e, soprattutto, incognite.Chi pubblica dovrebbe per prima cosa chiedersi: perché ho pubblicato? Perché scrivere e pubblicare sono due cose molto diverse. Possiamo scrivere per noi stessi, per pochi amici, lasciare il manoscritto in un cassetto e distribuirlo solo a chi vogliamo noi. Ma se pubblichiamo, scriviamo per tutti. Anche per chi ci sta antipatico e magari ci leggerà solo per criticarci, anche per le persone che in fondo non vorremmo leggessero ciò che abbiamo scritto. Non possiamo fare una cernita, mettere un filtro. Una password. Se pubblichiamo, significa che vogliamo che le persone, più persone possibili, ci leggano. Mi sembra un concetto talmente ovvio che non mi sarei neanche sognata di esplicitarlo, se non fosse che mi sono resa conto che per qualcuno non è poi così scontato, e che quel “volere” implica un atteggiamento “attivo” a cui non sempre si pensa.
Un atteggiamento che parte, di nuovo, da alcune domande: che cosa possiamo fare, per raggiungere più persone possibili? Basta essere presenti sullo scaffale di una libreria?La risposta a me viene data quando entro in uno di quegli affascinanti luoghi di tentazione. Un tempo, da lettrice, provavo solo piacere misto a una strana voglia di sapere e conoscere. Ora, da lettrice e autrice insieme, a ciò si aggiunge qualcosa di molto simile allo “sgomento”. Di fronte a quegli scaffali stracolmi, di fronte ai molti, moltissimi nuovi romanzi in evidenza, penso: perché una persona che, se si è fortunati, entra per acquistare un volume, dovrebbe scegliere proprio il mio? Io so che cosa contiene, che cosa offre il mio romanzo. Ma l’avventore che molto probabilmente è alla ricerca di qualcosa di specifico, qualcosa di un autore che ha già letto, qualcosa che gli è stato consigliato da un collega o da un amico, non lo sa. Non si fida del mio nome perché non lo conosce. E nel tempo che ha a disposizione, quanti scaffali riuscirà a passare in rassegna? Quante copertine riuscirà a guardare? Quante sinossi avrà voglia di leggere?L’altra sera la mia amica e curatrice Virginia ed io parlavamo delle fascette con i numeri di copie vendute e dei “casi editoriali” che sbucano come funghi in una stagione molto piovosa. E siamo arrivate alla conclusione che la maggior parte sono molto probabilmente delle … mi passate il termine ‘bufale’? E che si tratta semplicemente di un nuovo strumento di marketing – lo dico con tutto il rispetto che ho per il marketing – che i grandi editori hanno trovato per contrastare la sproporzione tra il poco tempo e il limitato budget dei potenziali lettori da un lato e l’enorme offerta del mercato librario dall’altro. “Fidati, mi hanno già letto 100.000 persone. Non possono mica essere stati 100.000 cretini”. Questo ci dicono, le fascette. E noi, fiduciosi, portiamo il volume alla cassa.In realtà, non siamo in diretta concorrenza con i libri delle veline e dei calciatori. Siamo in concorrenza con i molti, moltissimi romanzi simili ai nostri che costituiscono una scelta talmente vasta da dare le vertigini. Siamo una pagliuzza in un pagliaio. E di quelli grandi e disordinati.
Non ho una lunga esperienza alle spalle, come autrice. Ma quel poco di esperienza che ho è sufficiente a farmi sorridere, quando vedo un nuovo autore che pensa che essere presente in libreria equivalga a vendere il proprio libro. Il nostro nome è sconosciuto, in libreria. E a meno che non si abbia la fortuna di imbattersi non solo in un grosso editore, ma in un grosso editore che abbia la forza, e soprattutto l’intenzione, di trasformare quel nome sconosciuto in uno che risuona in ogni vetrina di ogni libreria d’Italia a suon di fascette, l’unica ricetta possibile mi sembra quella di cominciare da chi quel nome l’ha già sentito, da chi quella faccia l’ha già vista. Chi potrebbe essere interessato a comprare un romanzo scritto da Monica Lombardi? Chi Monica Lombardi la conosce, e vuol capire perché le è venuto in mente di scrivere, e vedere con i propri occhi che cosa ha scritto.Qualcuno potrebbe trovarlo un approccio provinciale, o riduttivo. Io credo che sia l’unico possibile. Perché con ogni persona che apre il vostro libro e si addentra oltre alla pagina del titolo avrete conquistato un nuovo lettore. Una persona in più, oltre a voi, che sa quello che avete fatto, e come lo avete fatto. E ne potrà parlare con altri, in un sistema di passa-parola che può allargarsi a macchia di leopardo.Credo che tutti abbiamo visto Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta. Jones ha trovato un oggetto che ritiene unico e straordinario. Vi ricordate che fine fa l’Arca, nell’ultima scena del film? È in una cassa, e con il lento zoom out con cui si chiude la celebre pellicola ci rendiamo conto che si trova su una pila di casse, in un gigantesco magazzino pieno di montagne di casse. Questo è il nostro romanzo se noi pensiamo che pubblicarlo sia il traguardo finale. Parcheggiato su uno scaffale, o abbandonato in qualche scatolone.Credete nel potenziale della vostra storia? Credete che possa offrire più di altre che riempiono le librerie? Rendetelo “pubblico”. Raccontatelo. Comunicatelo.Fate in modo che altre persone vi credano.E adoro, letteralmente, parlare dei miei personaggi. Di recente, più di uno di questi divertiti e pazienti ascoltatori si è dichiarato stupito di come io parli dei miei protagonisti come di persone in carne e ossa. Ma, davvero, non potrebbe essere altrimenti. Perché questi personaggi mi accompagnano in auto, mentre lavoro, all’Ikea – non è un esempio tanto per farne uno, mi è successo, e me ne andavo in giro con un sorriso beota sulle labbra che non aveva nulla a che fare con le allegre proposte per la casa della catena nordica. Li vedo muoversi, li sento parlare, e sono frustrata di non poterli toccare, perché l’esistenza fisica è davvero l’unica cosa che manca loro perché siano a tutti gli effetti parte della mia vita.Credo che, per questo motivo, tutti gli autori si sentano un po’ degli… squinternati – suona meglio di “pazzi”, vero? Hanno sempre i piedi in almeno due mondi, quello “reale” e quello “possibile” delle loro storie. In inglese, quel mondo si chiama “fictional”, che è qualcosa di “inventato”, “immaginato”. Perché allora ho scritto “possibile”?Le nostre storie nascono spesso proprio dai personaggi che le interpretano, che le vivono, raccontando piccoli scorci, piccoli frammenti di realtà, di vita – della nostra, di quella di tutti noi. Frammenti che noi autori mischiamo e poi sparpagliamo, nello spazio e nel tempo. È questo, credo, il fascino della lettura. Ogni storia parla un po’ di noi. Di un nostro noi possibile. E ogni personaggio vive in una realtà “dipinta dal vero”, se non nelle sue caratteristiche fisiche quanto meno nei sentimenti e nelle pulsioni che lo muovono. Abita forse in uno spazio e in un tempo diverso dal nostro, ma agisce e reagisce come una persona “reale” potrebbe fare.I personaggi, come le storie, nascono nella mente dell’autore, per poi andare a colonizzare, con più o meno intensità e successo, come ombre, esempi, ricordi, quelle di tutti coloro che li leggono. Una mia cara amica, autrice di talento, mi faceva notare come il loro creatore li conosca sempre un po’ di più, un po’ meglio di chiunque altro, perché è l’unico a essere al corrente anche di quanto non è poi arrivato su carta. Di quanto essi abbiano detto, fatto, pensato prima che egli scegliesse i particolari momenti della loro storia che avrebbe narrato. Per contro, ogni lettore con i suoi personalissimi filtri interpretativi si creerà – oltre ovviamente all’immagine fisica – anche un’idea del carattere che potrà poggiare solo su quanto l’autore avrà deciso di mostrare. E anche in questo senso, la situazione non è molto diversa dalle persone reali. L’autore conosce i suoi personaggi come qualcuno che ha vissuto sotto il suo stesso tetto per un anno, spesso più a lungo, i lettori trascorreranno con loro tre o quattro serate, o una settimana al mare.Ma potrà anche capitare che il ricordo lasciato dal vicino di ombrellone sarà meno nitido di quello del protagonista del libro che sotto quello stesso ombrellone hanno letto. O che la protagonista dell’ultimo romanzo che ha occupato le loro serate invernali lasci loro qualcosa di più, stimoli in loro più simpatia ed empatia che non la collega con la quale sono andati al cinema qualche volta.E i personaggi saranno diventati in qualche modo parte anche della loro vita.

CHE COSA SCRIVI

Su un forum, tempo fa, lessi il commento di una ragazza che lodava un racconto scritto da un’amica, e che si diceva invidiosa di quel talento, perché, osservava, doveva essere così bello poter scrivere di sé, raccontare se stessi nella scrittura.I complimenti sono sempre graditi, ma per quanto riguarda il raccontare se stessi, nonsense, mi venne da pensare.Stesso tipo di annotazione da parte di un signore gentilissimo che, al termine di una presentazione, mi si avvicinò dicendomi che anche lui aveva cominciato a scrivere, poi si era fermato perché gli sembrava di scrivere sempre e solo di sé. E mi chiedeva se io non avessi lo stesso timore.Nonsense, avrei voluto, di nuovo, rispondergli. Ampliai ed esplicitai e gli dissi che di me, come persona, nel romanzo che aveva appena acquistato c’erano due brevissimi momenti, che sfidavo chiunque a trovare, e che avevo prestato, attribuito a due personaggi diversi.Io non scrivo di me. Scrivo storie. Scrivevo di me quando, da ragazzina, come tutte – voi no? – avevo anch’io il mio diario segreto. Ma già allora la cosa, dopo un po’, mi annoiava. Forse qualcuno ha una vita talmente interessante da farne un romanzo. Non io. Così, già allora preferivo seguire quei personaggi che, come se davanti a me venisse proiettata una pellicola che solo io potevo vedere, mi apparivano nei luoghi più diversi, più facilmente quando la mia mente era sgombra dalla routine degli impegni, scolastici allora, quotidiani. Li osservavo, li ascoltavo, e buttavo giù ciò che vedevo e sentivo.Io scrivo storie.Ho scritto dal punto di vista maschile, e sono una donna. Ho scritto dal punto di vista di un assassino, e faccio fatica persino a immaginarmi come si possa arrivare a togliere la vita a un’altra persona.Scrivi di ciò che sai, ha affermato qualcuno.Se fosse così, certe storie non avrebbero mai visto la luce. Jules Verne non avrebbe mai potuto portarci al centro della terra, né Dante all’inferno, Shakespeare in Italia, o Swift in un mondo in cui un uomo può spegnere un incendio nel modo più irriverente possibile.Uno scrittore non scrive in modo involuto, egoistico e monotono di sé. Uno scrittore osserva, assorbe, rielabora e scrive del mondo e dei suoi abitanti. E può moltiplicare, mischiare e giocare di riflesso fino a creare altri mondi, popolati da altri abitanti, perché ha dalla sua tutte le tessere, consce e inconsce, della sua memoria, zeppe di secoli, di più di un millennio di storie.Mescola, aggiunge, toglie, assaggia e modifica, come un cuoco, quasi un alchimista, se è davvero bravo. Si cala in questo o in quel personaggio, entra nelle loro scarpe, come direbbero oltre l’Atlantico, compie qualche passo, pensa nella loro testa, sente con i loro sensi, per poi abbandonarli e nascondersi, entità benefica e non invasiva, dietro agli occhi di qualcun altro.Seguendo sempre l’anima della scena, la forza trainante della storia, che si srotola non dentro di lui, ma davanti a lui.Uno scrittore scrive storie.Grazie signore per avere messo sul tavolo tutti questi interessanti punti di vista Molto interessante, Anna Grazia, quello che dici sull’oggettivare. Ricordo che la professoressa di lettere del liceo, a proposito della poesia, parlava di significato “universale”. Se non metti l’ipotetico lettore nelle condizioni di “utilizzare” ciò che scrivi per sé, di applicarlo a sé, come dire, hai fallito il tuo scopo, come poeta. E davvero le tue parole rimarranno rielaborazioni dei tuoi ricordi non fruibili agli altri.Per quanto riguarda la narrativa, trovo che la scrittura sia esigenza prima che terapia. Un “drive”, una pulsione a raccontare storie. Per me, la parte “terapeutica” riguarda non il contenuto, ma la scelta di quella particolare storia che sento di voler raccontare in quel momento. E sì, in questo senso sono assolutamente le storie a scegliere noi, non il contrario. E dietro alla risonanza personale che quella particolare storia ha con me in quel momento non c’è tanto quello che io posso dare alla storia, quanto ciò che la storia può dare a me. Ecco la terapia.Sul punto di vista, da ragazza ho letto tutto Sheldon. E raccontava le figure femminili in modo così credibile, che ho scoperto dopo tre o quattro romanzi che Sidney era il nome di un uomo, non di una donna. Riuscire a dare corpo a un personaggio dell’altro sesso è una sfida, ancor più che rappresentarne uno del proprio.E poi sì, ognuno ha il suo bacino a cui attingere. Per qualcuno può essere la sua vita, le persone che ha incontrato, i suoi viaggi o la sua infanzia. Se dovessi definire il mio, parlerei semplicemente e molto genericamente di cassettini della memoria – mia, e altrui.