Labirinto – Prologo

26 aprile 2008, ore 18.45 – Pharr Road, quartiere di Buckhead, Atlanta, Georgia

Il vicolo era deserto. La luce dell’unico lampione si rifletteva fioca nelle strette pozzanghere lasciate accanto ai tombini dal piovasco pomeridiano. Levò lo sguardo verso l’alto, passando in rassegna le finestre della parte posteriore dell’edificio, una a una. Solo poche erano illuminate, e non scorse anima viva. Si avvicinò veloce alla scala antincendio, facendola scivolare giù, con un leggero sferragliamento.Si irrigidì. Un gatto nel vicolo miagolò, allarmato o forse solo disturbato dal rumore. Si arrampicò velocemente e si schiacciò contro la parete di mattoni, guardandosi intorno. Poi aprì la porta a vetri e si intrufolò all’interno.Una rampa di scale, percorsa senza esitazione. Il passe-partout che aveva ormai da anni per far scattare la serratura. E fu dentro. Una scalcinata ditta di import-export, forse copertura per traffici illeciti, chissà. Non era importante. Era un piccolo appartamento deserto a quell’ora della sera, tanto bastava.Si augurò di non avere sbagliato i conti, dall’esterno. Nell’ansia di verificarlo, si accostò subito alla finestra del primo ufficio, che sembrava una sorta di reception. No, non era quella. Tornò nel corridoio e raggiunse la seconda stanza, leggermente più grande e molto più disordinata.Due finestre. Andò a quella di destra.Bingo!L’ingresso del Thai Delight, con il suo ridicolo baldacchino rosso, era al di là della strada, appena spostato verso sinistra. L’insegna al neon del frequentato ristorante tailandese si accese proprio in quell’istante. Il grasso Buddha seduto tra i cuscini si illuminò di rosso e oro, come un benvenuto.Ottimo segno.Le vetrate ai due lati dell’ingresso mostravano una sala ancora semi-deserta. Era presto. Lo sapeva che avrebbe dovuto aspettare. Si sedette su una pila di faldoni appoggiati sul pavimento di piastrelle consunte e cercò di rilassarsi, senza riuscirci. L’eccitazione era troppa. Ancora non poteva credere di aver elaborato un piano così ben congeniato. Non credeva alla fortuna che aveva avuto.La vita era più dolore che gioia, questo lo aveva imparato sulla sua pelle molto tempo addietro. Ma si può sempre fare qualcosa. Qualcosa per eliminare la fonte del dolore, qualcosa che ci faccia stare meglio. Si possono punire i bastardi che ci fanno del male, e che ne fanno a chi amiamo. Persone senza morale che usano, schiacciano, e poi pensano di poter andare avanti a vivere come se niente fosse.Sbagliato.Quel flusso di pensieri stava pompando sempre più adrenalina nelle sue vene, ma una coppia che procedeva lungo il marciapiede di fronte attirò la sua attenzione. Li riconobbe immediatamente. E sorrise.Era stato facile, più facile di quanto non avesse creduto. La donna si era rivelata una scelta azzeccata. Erano bastati alcuni messaggi, ed era caduta nella trappola. Incredibile come la gente credesse a tutto quanto venisse loro raccontato. Non leggevano i giornali? Non sapevano quanto male ci fosse nel mondo?Massa di idioti!Li guardò avvicinarsi all’ingresso, sorridenti. La donna si stringeva lo spolverino al petto per proteggersi dalla fresca brezza che aveva scacciato le nubi del pomeriggio, l’uomo, da vero cavaliere, tolse le mani dalle tasche della giacca per aprirle la porta. Li perse di vista per una manciata di secondi, per poi vederli riemergere nella parte di sinistra della sala, quella dove il risciò faceva bella mostra di sé. Vennero fatti accomodare a un tavolo accanto alla vetrata.Perfetto.Avrebbe potuto anche vedere che cosa mangiavano. Magari più tardi avrebbe inviato un messaggio al medico legale, per risparmiargli di dover esaminare il contenuto gastrico.Ora doveva imbrigliare quei pensieri, rinchiuderli e concentrarsi. Avrebbe avuto tutto il tempo dopo, per pensarci.Inspirò ed espirò profondamente, e il rumore dei suoi respiri risuonò aspro e minaccioso nell’ambiente sciatto e trasandato debolmente illuminato dai lampioni della strada che aveva scelto per l’appostamento. Si accorse di avere i palmi sudati, e se li sfregò sulla stoffa ruvida dei pantaloni.Poi infilò una mano dietro la schiena ed estrasse la piccola calibro 22 dalla cintura. Quello era il suo tocco da maestro. I dettagli. I dettagli erano importanti. Accarezzò l’arma con il rispetto che meritava.Chiuse per un attimo gli occhi, svuotando la mente da tutto, tranne il suo obiettivo.Quando li riaprì, l’impressione fu di vedere tutto chiaramente, come se le immagini fossero diventate più nitide, nonostante l’imbrunire. Riportò lo sguardo sulla coppia seduta al piccolo tavolo nella sala illuminata, intenta a parlare con il cameriere dai tratti orientali, a chiedergli consigli su quelle esotiche pietanze. Sorridevano ancora, rilassati. Ignari. Inconsapevoli.La sua rabbia era svanita. Sostituita da quel sottile, strisciante senso di potere che dava il sapere che cosa sarebbe avvenuto di lì a poco. La consapevolezza di stare plasmando, cambiando, il destino di due vittime che non si rendevano neanche conto di essere tali.Azione, reazione.Se tu fai una cosa a me, io poi ne faccio una a te.L’aveva quasi cantata, quella frase, nella sua testa. Come se fosse una filastrocca.Gli occhi erano ancora fissi sulla coppia. Ora erano soli, al tavolo.Non li avrebbe più persi di vista. Non li avrebbe lasciati andare.Avrebbe colpito la donna alla testa, e Mike Summers al cuore.