Scatole cinesi – Capitolo 14

13 novembre 2007, ore 17.55 – Pine Woods Resort, Myrtle Street NE, Atlanta

Julia si sentiva alla deriva. Poco più di quarantott’ore prima un impiegato della reception dell’albergo di Playa del Carmen dove stava soggiornando era venuto a cercarla in spiaggia, pregandola di seguirlo perché in ufficio c’era una chiamata internazionale importante per lei.Era arrivata alla reception in preda all’ansia, pensando che una chiamata del genere non potesse che significare cattive notizie. Purtroppo, la voce femminile all’altro capo del filo aveva fatto materializzare le sue peggiori aspettative. Da quel momento, i frettolosi preparativi per il rientro e il volo avevano rappresentato un alternarsi schizofrenico di bisogno impellente di arrivare ad Atlanta, come se in qualche modo avesse ancora la speranza che sua sorella fosse lì ad aspettarla, e desiderio di ritardare quel ritorno il più possibile, per posticipare lo scontro con la cruda realtà dei fatti.Sua sorella, la persona che negli anni dell’infanzia e adolescenza aveva colmato il vuoto di un padre assente e di una figura materna spesso inesistente, e accanto alla quale aveva affrontato i primi anni dell’età adulta, non c’era più. A fatica aveva affrontato i passaggi dolorosi di quegli ultimi due giorni, e aveva provato a reagire a modo suo, lasciando una casa in cui non si sentiva a suo agio e cercando delle risposte ai mille interrogativi che le si affollavano nella mente e che riconducevano tutti alla stessa domanda: perché?Poi, quello spintone improvviso, quelle mani che le premevano sul viso, la puzza di alcool e quel sussurrare, quasi un sibilo, che le aveva gelato il sangue, più ancora della lama del coltello che sentiva sul ventre. Il terrore le aveva fatto trattenere il fiato, fino a quel grido che era risuonato nel vicolo, un aiuto insperato. Non si era neanche accorta che, nel maldestro tentativo di recidere la cinghia del suo zaino, il coltello le aveva ferito il braccio, aveva solo sentito un forte bruciore.La presa si era improvvisamente allentata, facendola barcollare. Incapace di sostenersi sulle gambe, si era lentamente lasciata cadere a terra, scivolando lungo il muro, mentre nel vicolo sentiva scalpiccìo di passi, senza riuscire a vedere che cosa stesse accadendo. Era stato allora che aveva avvertito la sensazione del maglione bagnato che le si appiccicava sulla pelle. Si era di nuovo spaventata quando una figura era tornata ad avvicinarsi, finché non aveva capito che si trattava del giovane tenente che era stato l’unico suo punto di riferimento costante in quei giorni.Per fortuna l’aveva accompagnata fino alla sua camera, perché non sapeva come avrebbe potuto affrontare quell’ultima inspiegabile violenza se avesse aperto la porta da sola. Le avevano tolto sua sorella, la sua sicurezza, ora non aveva neanche più un posto dove stare. Perché in quella stanza lei non sarebbe riuscita a passare la notte. Non aveva la forza per cercare di capire, per il momento poteva solo subire. Le sembrava persino di avere le vertigini dal senso di sbandamento che provava.Fissò lo sguardo sui due poliziotti che stavano parlando all’ingresso della stanza. Mike Summers non l’aveva lasciata sola neanche un secondo. Aveva aspettato che arrivasse il suo sottoposto per uscire in corridoio e fare una telefonata, probabilmente al suo vice, non aveva sentito la conversazione ma le era arrivato due volte il suo nome. Dopo averle dato da bere, l’aveva invitata a stendersi e non le aveva chiesto più nulla.Ora però la stava guardando, disse qualcosa all’altro poliziotto e si avvicinò. Julia cercò di scuotersi e si tirò su a sedere, appoggiandosi contro la testiera del letto.“Vuoi provare a dare un’occhiata in giro per vedere se manca qualcosa?” le chiese.“Qui non c’era niente a parte abiti e cosmetici. Tutto quello che ho, documenti, soldi, li avevo con me”.Solo ora si rese conto di quanto fosse stata imprudente a pensare di rientrare a piedi dalla palestra al residence.“Verrà un collega della scientifica per i rilievi. Se vuoi rimanere qui stanotte, posso lasciarti un agente davanti alla porta”.“No, non me la sento proprio. Vi sarei grata se qualcuno mi potesse accompagnare in un albergo, un posto con molta gente, e a un piano alto. Niente più residence semi-deserti con camere al piano terra”.“Va bene. Ma prima passiamo a fare medicare quella ferita. E niente ospedale, non ti preoccupare”.Lei fu lieta di sentirglielo dire, anche se in realtà non avrebbe avuto la forza di opporsi neanche a un trasferimento in un’ambulanza urlante o al teletrasporto in un’astronave aliena. Era come se la stanchezza fisica ed emotiva di quegli ultimi giorni le fosse piombata addosso all’improvviso, come un macigno che la schiacciava e le rendeva difficile anche solo alzare un braccio.“Ora ti aiutiamo a raccogliere le tue cose” si offrì ancora il poliziotto, mentre estraeva il cellulare dalla tasca del soprabito.“Posso farlo io” replicò lei, mettendosi a sedere sul letto.Ma l’agente Sanders, sentendo le parole del suo capo, stava già cominciando a raccogliere i suoi indumenti dal pavimento.“Sono Mike Summers” stava dicendo il suo superiore al telefono. “Vorrei parlare con Meggie Summers”.Rimanendo seduta dov’era, Julia cominciò a riporre gli abiti che l’agente le passava nella valigia che questi aveva deposto aperta accanto a lei sul letto matrimoniale. Attraverso la nebbia che sembrava stordirle i sensi, sentì il tenente chiedere alla moglie a che ora sarebbe stata a casa e preannunciarle il loro arrivo. Probabilmente era medico, e il poliziotto aveva deciso che quello era il modo più veloce per fare la medicazione prima di accompagnarla in albergo. Continuò a schiacciare abiti nella valigia come un automa: in quel momento, si sentiva così stanca che non intendeva opporre nessuna obiezione, sperava solo di poter avere un letto dove stendersi il più presto possibile.Uscirono dal residence pochi minuti dopo, lasciando Sanders ad aspettare la scientifica. Salita in macchina, Julia appoggiò la testa al sedile e chiuse gli occhi. Fu sorpresa di sentire il suo accompagnatore spegnere la frequenza della polizia e cercare una stazione che trasmettesse musica melodica.“Prendi questo”.La sua voce la scosse dal torpore in cui si stava lasciando scivolare. Lo guardò un po’ stordita, senza accennare a prenderlo.“È cioccolato” spiegò allora lui. “Con caffé dentro. Una ricetta italiana. È buono, e ti farà bene”.Prese il cioccolatino, lo scartò e se lo mise in bocca. Si accorse di avere fame. Era praticamente dall’ora di colazione che non mangiava nulla. Forse anche per questo si sentiva così debole. Lentamente, cominciò a riprendere contatto con la realtà. La musica, il cioccolatino, il tono di voce rilassato, si accorse che nulla di ciò che il poliziotto aveva fatto da quando erano saliti in auto era stato casuale. Stava cercando di aiutarla a lasciarsi alle spalle quanto era accaduto quella sera.Distese le gambe e prese a guardare fuori dal finestrino. Stavano attraversando una zona industriale, quasi deserta a quell’ora, e a ogni incrocio c’era una prostituta in piedi sul marciapiede. Ne vide una parlare con un potenziale cliente attraverso il finestrino e poi salire in auto. Si sentì triste per lei. Riconobbe la musica che la radio stava trasmettendo in quel momento, era un brano di Shakira che amava molto. La melodia strideva con il panorama all’esterno.Ma non era solo la musica, era il senso di sicurezza che provava in quell’auto, rispetto a ciò che vedeva fuori dal finestrino, rispetto a quanto le era accaduto nelle ultime ore, negli ultimi giorni. Si voltò verso l’uomo che guidava, lo sguardo fisso sulla strada. Era lui il responsabile di quel senso di sicurezza che provava? Ebbe l’impulso di allungare una mano per toccarlo, per sfiorargli il braccio. Poi si ricordò dove stavano andando e incrociò le braccia, come ad impedire alla mano di muoversi.Svoltarono a destra in un viale più trafficato, al posto dei capannoni bui riapparvero le luci di bar, ristoranti e negozi. La musica cambiò, e quella strana sensazione scomparve.Dieci minuti dopo imboccarono una strada residenziale alberata e si fermarono davanti a una villetta a due piani. Sul vialetto davanti al garage era parcheggiata una station wagon.“So che sei esausta, mi spiace per questa deviazione, ma sono più tranquillo se Meggie dà un’occhiata alla tua ferita” le spiegò.“Tua moglie è medico?”“Non medico, infermiera. E non è mia moglie” aggiunse. “È mia sorella”.